Frutto del cratere formatosi 55mila anni fa nella parte sud-occidentale dell’isola. Le vicende geologiche successive isolarono dall’isola grande quel frammento che, tuttavia, conserva l’impronta dell’origine, con l’antico cratere ormai occupato dal mare e noto come golfo di Gènito.
Ad unire Procida a Vivara è il Ponte dell’acquedotto, un percorso pedonale di 362 metri sospeso sul mare, ricco di suggestioni e di scorci panoramici fino all’arrivo a Punta Capitello. Alla fine del ponte inizia il lungo sentiero che attraversa Vivara da Punta Capitello, a nord-est, a Punta Mezzogiorno, dalla parte opposta, a sud–est.
Vasta circa 35 ettari, con un perimetro di tre chilometri e un’altezza massima di 109 metri, Vivara ha coste piuttosto alte e, in vari tratti, decisamente ripide, per cui non è più accessibile dal mare. Lo era ancora, invece, quando i Micenei nel XVI secolo a.C ne fecero il loro scalo più settentrionale nel Tirreno. Fu l’archeologo Giorgio Bucher nel 1937 a identificare per primo tracce e reperti della presenza minoica a Punta Capitello. Nuove campagne di scavo dal 1976 riportarono alla luce tre insediamenti a Punta Capitello a nord, a Punta Mezzogiorno a sud e a Punta d’Alaca, a occidente. Di quella fase sono stati ritrovati oggetti ceramici e di metallo. Due secoli dopo, nel XIV secolo, gli insediamenti procidani furono abbandonati.
Il nome Vivara comparve parecchi secoli dopo, mutuato probabilmente dall’allevamento di pesci, “vivarium”, che i Romani tenevano nel piccolo golfo di Gènito. L’isolotto era anche oasi di caccia. E tale rimase anche in seguito, fino all’Ottocento. L’unico edificio residenziale fu costruito nel 1681 da Giovanni de Guevara, dal cui nome, secondo un’altra ipotesi, sarebbe derivato quello di Vivara. Quella struttura divenne successivamente casino di caccia dei Borbone. Nel periodo napoleonico, l’isolotto fu utilizzato come avamposto militare sul mare e risalgono ad allora le fortificazioni ancora visibili.
Dei fitti boschi di querce che la coprivano nell’antichità, non restano che poche macchie sul versante orientale. Nell’Ottocento, la foresta fu sacrificata a viti e ulivi. Di quel periodo resta, al centro dell’isolotto, la casa colonica di fianco alla residenza utilizzata anche dal re durante le battute di caccia. E la cisterna, il frantoio, il palmento dal tetto a cupola, la stalla e la torre per la caccia alle tortore. L’attività agricola fu interrotta negli anni Sessanta del secolo scorso e l’isolotto rimase disabitato. Iniziò allora una fase di abbandono, che ha visto prevalere progressivamente la macchia mediterranea.
L’oasi naturale è ideale punto di riferimento per ben cinquecento specie di uccelli. Un centinaio sono stanziali, altre di passo, durante le migrazioni autunnali e primaverili. E infatti Vivara è anche zona di inanellamento dei migratori. Rare specie di piccoli mammiferi e insetti sono oggetto di studi. Nel 1981 è stata anche scoperta una nuova specie di insetto denominato Peliococcus vivarensis.
Oggi Vivara è Riserva Naturale Statale e il suo mare è parte dell’Area Marina Protetta Regno di Nettuno.
